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Monselice
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MUSEO
CIVICO
- "Stefano
Piombin"
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STORIA DEL MUSEO |
Da alcuni anni,
l'Amministrazione comunale ha attivato e realizzato specifiche attività
finalizzate alla salvaguardia e allo studio del patrimonio storico
monselicense. Questo rinnovato impegno, nato forse anche dal concorso i
"Premi Brunacci", si è concretizzato nella recente istituzione del
Museo civico di Monselice "Stefano Piombin", istituito formalmente
dal Consiglio Comunale di Monselice nel 1994. L'esigenza, però, di istituire
un museo cittadino era già sentita nel secolo scorso. Nel 1858, infatti,
l'abate Francesco Sartori nel suo Fra Gontarino informa che il
"Gabinetto di Lettura" si arricchiva di qualche lapide, alcuni
dipinti e qualche medaglia di scarso valore, ma sufficiente per dare il nome
di Museo" all'improvvisata raccolta che aveva sede nel fabbricato ora di
proprietà Regazzoni, in piazza Mazzini. Nel 1867 il Gabinetto di Lettura si
trasferiva nel restaurato ex palazzo Pretorio. Al pianterreno venivano
sistemate le lapidi e gli oggetti del Museo che nel frattempo si stavano
radunando e che comprendeva anche le presunte chiavi della città. La raccolta
civica rimase al piano terra dell'ex palazzo Pretorio fino al 1917. I locali,
in quell'anno, furono occupati dall'ufficio delle Poste e Telegrafo e il
lapidario trasferito, anzi dimenticato, nei magazzini comunali, come ci
racconta il Callegari nel fascicolo dedicato a Monselice della rivista
"Le cento città d'Italia illustrate". Dopo molte sollecitazioni,
nel maggio 1921 la Giunta Comunale stabilì di collocare il
lapidario nella sala d'ingresso delle scuole Elementari Vittorio Emanuele II
di Monselice. Ma le vicende del lapidario non terminano qui: nel 1980, con
l'inizio dei lavori di ristrutturazione della scuola Elementare, tutto il
materiale fu trasferito al castello di Monselice.
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Ecco una riassuntiva descrizione delle sezioni museali e
degli studi effettuati.
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AMBIENTE E TERRITORIO
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I Colli Euganei sono costituiti in
prevalenza da rocce vulcaniche, formate da lave che hanno sollevato e
attraversato le preesistenti rocce sedimentarie di origine marina, la cui età è
compresa tra il Giurasse superiore e l'Oligocene inferiore. Le manifestazioni
eruttive euganee si dividono in due cicli distinti, di età e caratteristiche
diverse. II primo attribuibile all'Eocene superiore, si sviluppò in ambiente
sottomarino ed è rappresentato da lave compatte, lave a cuscino, ialoclastiti e
prodotti di esplosione, tutti di natura basaltica. Il secondo ciclo (ciclo
eruttivo Euganeo in senso stretto) attribuibile all'Oligocene inferiore, è
caratterizzato da un brusco cambiamento della composizione chimico mineralogica
delle rocce, formatesi con l'emissione di lave riolitiche, trachitiche,
latitiche e ancora basaltiche.L'alta viscosità di queste lave, specialmente i
termini più acidi, ha determinato la formazione di corpi eruttivi di tipo
vulcanico e subvulcanico (laccoliti, duomi e cupole di ristagno corpi
discordanti) che talora emersero dalla superficie del mare. Alla fine del
Pliocene iniziò la formazione della Pianura Padana e i Colli emersero
definitivamente. I fenomeni erosivi modellarono il paesaggio, agendo molto più
intensamente nelle rocce sedimentarie più erodibili di quelle
vulcaniche.
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LA
PREISTORIA
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| In realtà poco sappiamo del
territorio monselicense nell'antichità, ma quello che comunque sembra essere
abbastanza evidente è un legame profondo, non deterministico tuttavia, tra il
dato antropico (e il suo sviluppo) e le qualità/risorse territoriali. Il sito
infatti - che poi vide il sorgere della cittadina - si trova in una posizione
topografica di grande rilievo logistico, presso le ultime propaggini sud
orientali del complesso collinare degli Euganei e all'incontro di due
direttrici, una orizzontale da ovest a est (a cui un tempo corrispondeva anche
poco distante, il corso del ramo settentrionale dell'Adige) e una verticale da
sud a nord. Non stupisce pertanto che, secondo i dati a noi noti, le sponde del
laghetto della Costa, appena a Oriente di Arquà, siano state interessate da un
abitato palafitticolo era Bronzo antico e Bronzo medio (XVIII-XIV sec. a.C. )
ugualmente a partire dal Bronzo antico si datano i materiali rinvenuti, nel
1886, poco a sud ovest di Monselice, in località Marendole. Piccoli insediamenti
che testimoniano una comune predilezione per le zone umide di pianura o di piede
di collina e insieme pure l'occupazione di un'area che poteva essere favorevole
per le comunicazioni e quindi per gli scambi. Gli scavi, nei pressi di
Marendole, furono eseguiti dal Cordenons il quale individuò, sul pendio
meridionale del Monte Fiorin-Monte Buso, un villaggio con fondi di capanna del
diametro di tre metri. Gli oggetti e frammenti di vasellame rinvenuti durante
gli scavi si trovano ora presso il Museo Nazionale di Este e il Museo Civico di
Padova. La raccolta di Monselice proviene invece da ricerche di appassionati in
località "Le Carrare" di Marendole.Il materiale rinvenuto consiste in
cocci di varia pezzatura, in schegge e nuclei di stacco silicei. Sarebbe
opportuno inserire questa documentazione oggettiva in un più ampio discorso
volto a illustrare la situazione insediativa dell'era del Bronzo, e anche
precedente, lungo la fascia pedecollinare dei Colli Euganei, tenendo conto della
morfologia di superficie, che ha offerto la possibilità di formazione di plaghe
acquitrinose, talvolta alimentate da sorgenti d'acque termali, come nel laghetto
della Costa di Arquà Petrarca e nella località Calaona di Baone. In questo
contesto paleotopografico, l'abitato del Bronzo medio di Marendole era collocato
lungo un'ampia ansa di paleoalveo che testimonia la presenza di un percorso
fluviale da Este a Monselice, ora rappresentato dal Bisatto. In questa
illustrazione del divenire del territorio manca ancora lo studio della
mappa insediativa della pianura, contraddistinta presumibilmente da nuclei
abitati - anche cospicui come quello eneolitico di Selva di Stanghella -
lungo i fiumi o ai bordi delle pianure. |
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LA ROMANIZZAZIONE
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Come è noto, il processo di romanizzazione
dell'area nord orientale (la decima regi Italiae a partire da Augusto), che
avvenne sostanzialmente in modo pacifico e senza traumi, prende avvio nel III
sec. a.C. per concludersi nella seconda metà del I sec. a.C. con la concessione
della cittadinanza romana. All'interno di tale graduale processo, un particolare
coinvolgimento del comprensorio di Monselice dovette certamente avvenire, data
anche la sua collocazione topografica, all'epoca dell'arbitrato del proconsole
L. Cecilio Metello Calvo (141 a.C.) su un contrasto in merito ai confini tra
Padova e Este. La controversia fu risolta con delibera del senato romano e con
la sistemazione di tre cippi confinari rispettivamente sul Monte Venda, a Teolo
e a Galzignano. Le indicazioni fornite dai cippi, nonché alcune testimonianze
epigrafiche provenienti da varie località monselicensi suggerisco l'appartenenza
del nostro territorio all'agro di Este, l'antica Ateste, prima importante centro
veneto, poi colonia di veterani dopo Azio (31 a.C.) e ascritta alla tribù
Romilia. Non sappiamo però se nel sito di Monselice vi fosse già in quell'epoca
un nucleo abitato e quale configurazione giuridica esso avesse ovvero se la
presenza antropica assumesse invece le caratteristiche di un insediamento sparso
di tipo rustico. In ogni modo è importante sottolineare che il luogo dove poi
sorse il centro medioevale si trova in una posizione topografica di grande
rilievo logistico, presso le ultime propaggini sud orientali del complesso
collinare degli Euganei.
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Non è quindi un caso che proprio attraverso
questo "snodo" definito in quel punto dalla particolare configurazione dei
colli, passasse quella prima grande strada di collegamento con il settore nord
Orientale dell'Italia ricordata da Strabone come opera del Console Marco Emilio
Lepido (175 a.C.) e stesa tra Bologna e Aquileia.
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Ora, questa naturale Vocazione" di
collegamento territoriale (che viene ribadita anche da un'iscrizione
frammentaria, ancora oggi inserita come riutilizzo in opera presso la piccola
apertura d'accesso della Torre della Rocca e attestante suggestivamente la
stesura o la manutenzione di una strada:... viam str[avit]) sembra in
realtà trasparire dalla presenza stessa di un cospicuo numero di stele
funerarie, che, come si sa, si collocavano ai lati delle strade forse proprio
lungo quella strada, o lungo alcuni suoi diverticoli, che collegava Este a
Padova toccando il sito di Monselice, come ricordato dagli antichi
itinerari.
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Anche per l'epoca romana pochi sono i dati
a disposizione e tuttavia la vocazione" di un collegamento territoriale potrebbe
trasparire dalla presenza di un cospicuo numero di stele funerarie, che come si
sa, si collocavano ai lati delle strade, forse proprio lungo quella strada, o
lungo alcuni suoi diverticoli, che collegava Este a Padova toccando il sito di
Monselice.
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L'ALTOMEDIOEVO
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Se poco conosciamo di Monselice per l'età
romana, altrettanto poco di essa conosciamo per il periodo altomedioevale, se
non attraverso i dati dei recenti scavi sul colle della Rocca, che in ogni caso
sembrano escludere un'occupazione del sito anteriore al Vl sec. d.C.
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In questo quadro potrebbe essere allora
confermata la nascita del castrum proprio nel VI sec. in funzione
antilongobarda: anzi è probabile che sia da riconoscere in Monselice una sorta
di saliente bizantino controllato da Padova. Ciò spiegherebbe il racconto di
Paolo Diacono, che, citando per la prima volta la nostra cittadina, ci informa
che al tempo del Duca Agilulfo (602 d.C.) Langobardi castra Montis Silicis
invaserunt. Si può infatti pensare che la conquista del Duca servisse a
togliere di mezzo un pericoloso baluardo avversario situato oltre tutto in una
posizione topografica molto favorevole dal punto di vista logistico e
strategico. In questa fase, probabilmente, il toponimo stesso si stabilizza,
cosicché più tardi anche l'anonimo Ravennate lo registra come Monssilicis
nella sua Cosmographia. È forse anche il segno di un'attività funzionale
del centro come avamposto militare, questa volta in mano longobarda, lungo la
linea di confine con il territorio bizantino dell'Esarcato ravennate.
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MONUMENTI DI ETA' ROMANA
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In età romana, in particolare tra gli
ultimi decenni del I sec. a.C. e il I sec. d.C., l'attuale territorio di
Monselice dipendeva da un punto di vista amministrativo dalla vicina città di
Este, latinamente Ateste. Ad Este, subito dopo la battaglia di Azio del
31 a.C., venne dedotta una colonia di veterani aziaci. I cittadini romani di
Este e del suo agro erano ascritti alla tribù Romilia. Sui coloni-soldati
insediati nell'antico centro veneto e sul popolamento di quella parte dell'agro
atestino che oggi ricade nel comprensorio comunale monselicense rimangono
numerose testimonianze, soprattutto epigrafiche. Sono, per lo più, monumenti a
carattere funerario (stele, cippi, are, ecc.), ma non mancano iscrizioni votive.
Le linee essenziali della topografia archeologica e, specificamente, epigrafica
monselicense, possono essere riconoscibili in alcuni siti "privilegiati": le
aree di via S. Pietro Viminario e di via Palazzetto, l'Arzer di Mezzo, la
Stortola, le zone di Vetta, di S. Bortolo, delle Fragose, di Ca' Oddo e delle
Granzette.
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Molte iscrizioni sono state recuperate nel
centro di Monselice. Occorre, però, subito precisare che si tratta di materiali
marmorei e in pietra riutilizzati in edifici medievali e moderni. Per gran parte
di tali reperti si può presumere una provenienza dalle campagne attorno a
Monselice e dalla vicina Este. Essi costituiscono, quindi, una specie di
"archivio" prezioso ai fini della ricostruzione dell'antico quadro sociale ed
economico dell'agro atestino.
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Tra le località di reimpiego sono da
annoverare la Rocca con il Torrione, i complessi architettonici delle chiese o
monasteri di S. Giustina (Collegiata o duomo vecchio), S.Tommaso, S. Paolo, S.
Stefano, S. Martino e S. Giacomo anche le stanze, mura, giardini e viridari di
alcuni palazzi patrizi erano "ornati" da qualche antica iscrizione, come la
villa Duodo alle Sette Chiese, la villa Gradenigo presso porta S. Giacomo, Ca'
de Barbo, Ca' Marcello, il palazzo Foscarini. Eccettuati pochi frustoli
epigrafici, niente è rimasto infisso negli edifici e molti monumenti sono andati
perduti o hanno subito una dispersione in diversificate collocazioni museali.
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Tra i musei che conservano lapidi e
iscrizioni provenienti da Monselice e dai dintorni della città si segnalano il
Museo Nazionale Atestino di Este, il Museo Civico Archeologico di Padova, il
Museo Archeologico al Teatro Romano di Verona, il Museo Civico Archeologico di
Brescia, il Kunsthistorisches Museum di Vienna (i materiali sono passati a
Vienna verso la fine del secolo scorso dal Museo del Cataio di Battaglia Terme).
Alcune iscrizioni sono in collezioni private.
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RACCOLTA NUMISMATICA
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La collezione si presenta eterogenea è
infatti composta da nuclei di monete che coprono un arco cronologico che va
dall'epoca romano-imperiale al secolo scorso. Il gruppo di monete più
interessante è costituito da quelle più antiche e cioè di età romana; si tratta
di esemplari la maggior parte dei quali si data al I secolo dell'impero, mentre
le poche rimanenti si inoltrano nel II e IV secolo d.C. Lo stato di
conservazione di questo nucleo non è buono e non sono presenti esemplari di
rarità particolare.
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Si segnalano, tuttavia, alcune monete che
presentano delle particolarità. Due quinari di Augusto, uniche monete d'argento
tra quelle romane della collezione, sono contrassegnati, sia al Dritto che al
Rovescio, da alcune punzonature; questa operazione veniva eseguita dai privati
per verificare se la moneta fosse di buon argento o se avesse invece un'anima
vile. Altre due monete, un asse di Traiano e un dupondio di Marco Aurelio,
presentano una martellatura del bordo non si è ancora capita la ragione di
questa operazione che riguarda in genere assi, sesterzi e dupondi; probabilmente
si tratta di una rielaborazione delle monete per renderle pedine di qualche
gioco che ancora ci sfugge, ma la discussione a riguardo è aperta. Per finire,
un asse, molto rovinato, è caratterizzato dalla presenza di un foro,
probabilmente la moneta era usata come ciondolo di un braccialetto o di una
collana secondo un'abitudine presente nel mondo antico e ancora oggi di
moda.
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Tra gli altri gruppi, spicca quello
costituito da 30 monete veneziane. Sono presenti esemplari in argento e in rame,
anche in questo caso dato lo stato di conservazione si può ipotizzare una
provenienza locale, come detto per le monete romane. Tra le monete veneziane, si
segnala, per conservazione e antichità un denaro in argento del Doge Lorenzo
Tiepolo. Mentre il resto del materiale, che copre un arco cronologico dal XV
secolo agli ultimi anni della Serenissima fornisce un esempio di quello che
doveva essere il circolante minuto in uso anche a Monselice.Altri gruppi
omogenei sono costituiti dai diversi esemplari del Regno Pontificio (17 monete),
del Regno Lombardo Veneto, della dominazione Austriaca (42 esemplari) e qualche
moneta del regno d'Italia. Infine, un nucleo a se stante è formato dalle
numerose monete (ben 42), italiane e straniere, dal XVI al XIX secolo che
contribuiscono ad accrescere l'eterogeneità della raccolta.
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LAPIDARIO MEDIOEVALE E
MODERNO
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I reperti raccolti nel lapidario medievale
e moderno rappresentano solo una parte delle testimonianze su pietra ancora
conservate nell'ambito territoriale del comune. Nella raccolta troviamo
sostanzialmente due grandi categorie di reperti. Da una parte frammenti di
elementi architettonici, quali pilastrini, colonnine, fregi, di varia epoca
(dall'alto medioevo al sec. XV). I pezzi più antichi rivestono un alto
interesse, storico e stilistico, anche se la provenienza erratica impedisce la
corretta valutazione, dal momento che manca completamente la conoscenza del
contesto in cui essi erano inseriti. Si può presumere genericamente che essi
provengano da qualche edificio ben anteriore all'anno 1000. Gli elementi di età
rinascimentale e posteriore risultano, allo stato delle conoscenze, in origine
presenti soprattutto nella ex chiesa di S. Stefano dei domenicani. Si tratta di
testimonianze frammentarie dello scomparso arredo liturgico che si era andato
stratificando all'interno dell'ampio involucro murario, tuttora esistente ad
esempio pezzi di altari demoliti, persino gli elementi di un arco che reca
iscritto il nome del committente.Nel secondo gruppo vanno collocate le
testimonianze epigrafiche e figurative legate alla dimensione civile-politica e
religiosa della vita di Monselice nell'arco secolare dell'epoca veneziana (dagli
inizi del Quattrocento alla fine del Settecento). Grazie alle numerose
iscrizioni su pietra, abbiamo un campionario molto significativo delle forme
epigrafiche dalla scrittura gotica tarda alla epigrafia rinascimentale
restaurata sui modelli dell'antichità romana. Proprio perché spettanti a secoli
in cui l'ampiezza e talora la sovrabbondanza delle fonti storiche permette di
ricostruire con precisione le linee degli eventi storici ed anche la dimensione
quotidiana dell'esistenza, le testimonianze di natura epigrafica corrono il
rischio di essere considerate alla stregua di curiosità antiquarie; spesso sono
identificate genericamente con la categoria delle iscrizioni funebri, alla
quale, in effetti, spettano vari reperti del lapidario provenienti da edifici
sacri. Ma non meno significativi sono gli esempi di iscrizioni pubbliche, che
per la loro natura di scritture esposte vanno considerate come veicoli di
messaggi e di richiami, comprensibili da coloro cui si rivolgevano in passato,
ma decifrabili anche dallo studio di oggi. Si tratta delle epigrafi civiche, tra
cui il primo posto spetta senza dubbio al notevole esempio di iscrizione
veneziana quattrocentesca, risalente al periodo in cui Monselice entra a far
parte del 'dominio ducale'; in origine essa era abbinata alla formella col leone
alato, pure esistente anche se vandalicamente scalpellato, e con questo spiccava
sulla facciata del demolito palazzo pretorio, già accanto alla chiesa di S.
Paolo. Testimoniano il periodo veneziano anche alcune formelle scolpite,
talvolta provviste di iscrizioni e date, recanti gli stemmi di vari patrizi che
la Serenissima inviava in sede locale a ricoprire la magistratura podestarile.
Non meno significative per comprendere la dimensione della coscienza civica
nella Monselice del secolo XVI sono le epigrafi provenienti da distrutti ponti.
Nello stesso tempo, la dimensione materiale dei pezzi ci ricorda, nell'uso della
trachite lavorata in modo piuttosto rozzo, il riferimento molto evidente alla
secolare tradizione locale nel campo della estrazione e del lavoro della pietra
Euganea.
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A differenza di quanto avvenne per i
reperti di età romana, possiamo affannare che i materiali di età medievale e
moderna non hanno attratto l'attenzione degli studiosi, se non episodicamente o
in data remota. La loro valorizzazione, a fini di conservazione e di conoscenza,
rappresenta un merito non secondario della progettata iniziativa museale
monselicense.
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I frammenti architettonici erratici sono
tutti di provenienza incerta e di datazione controversa. Per due elementi il
riferimento all'alto medioevo è probabile (pulvino figurato n. 1/G e pilastrino
con decorazione a palma n. 2/G), mentre in altri casi si tratta di frammenti di
età rinascimentale o postrinascimentale (nn. 3/G, 4/C, 5JG). I pezzi d'interesse
propriamente epigrafico comprendono iscrizioni commemorative e di apparato!
alcuni stemmi (in vari casi anepigrafi ma araldicamente interessanti),
provenienti in parte dalle rovine dell'antico Palazzo pretorio (sede del podestà
cittadino in età veneziana poi distrutto, rifatto, indi nuovamente distrutto),
dai pubblici ponti rifatti nel sec. XVI, inoltre, epigrafi funerarie e frammenti
vari della ex-chiesa di S. Stefano, chiusa al culto attorno al 1810; in un caso,
inoltre, la provenienza certa è da un altro edificio sacro scomparso.
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Dal Palazzo pretorio provengono senza alcun
dubbio, in quanto ricordati dai raccoglitori di testi epigrafici del sec.
XVII-XVIII, l'iscrizione quattrocentesca (1406 circa) che commemora il passaggio
di Monselice alla Repubblica di Venezia (n. 6/G); in origine accompagnava lo
stemma del leone marciano (n. 7/G), poi scalpellato, tuttora conservato
all'aperto davanti alla ex-chiesa di S. Paolo, un gruppo significativo di stemmi
familiari ricorda i vari podestà succedutisi nella carica podestarile durante i
sec. XVI-XVII (nn. 8/G, 91G, 10/G, 11/Gt forse anche i nn. 12/G, 13/C). Due
lapidi in trachite locale provenienti dai distrutti ponti delle Vacche e della
Grola arricchiscono il panorama dei pezzi destinati a segnalare le iniziative di
ricostruzione (sec. XVI) di strutture destinate all'uso pubblico (nn. 29/G,
30/G). Le iscrizioni funerarie, scalate nell'arco di quattro secoli circa,
documentano il passaggio dall'epigrafia del tardo medioevo (n. 14/G, dalla
distrutta chiesa ospedale di S. Daniele) a quella umanistico-rinascimentale (nn.
15/G, ló/G, 17/Gz tutte da S. Stefano). Accanto a questi pezzi vanno posti altri
frammenti già pertinenti a S. Stefano (nn. 18/G, 4/G, 20/G, 19/G quest'ultimo
stemma, probabilmente cinquecentesco, dei frati domenicani della provincia
veneta di SS. Giovanni e Paolo), i frammenti di un arco (nn. 25/G, 26/G) con
iscrizioni del donatore (sec. XVII) con altri pezzi spettanti ad un paliotto
d'altare.
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